"Richard Galliano a Molfetta: quando lo strumento scompare e resta solo la musica"
di Roberto Fasciano
C'è un momento, raro, in cui durante un concerto accade qualcosa di decisivo: lo strumento smette di essere protagonista. Non perché perda importanza, ma perché viene completamente assorbito nel linguaggio. È esattamente ciò che è accaduto sabato 18 aprile, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta di Molfetta, durante il recital di Richard Galliano, ospite della rassegna "Spirale armonica".
Definire Galliano semplicemente un grande fisarmonicista è riduttivo. Siamo di fronte a una figura che ha ridefinito il perimetro stesso dello strumento, sottraendolo a ogni etichetta — popolare, colta, folklorica — per restituirlo a una dimensione più alta: quella del pensiero musicale.
Il progetto presentato, Passion Galliano, è molto più di un programma da concerto. È una sintesi organica di cinquant'anni di ricerca, un attraversamento consapevole di linguaggi, tradizioni e geografie sonore. Dalla chanson francese al tango argentino, dalla rilettura del repertorio classico fino alle composizioni originali, tutto converge in un'unica direzione: la costruzione di un'identità.
Ed è proprio l'identità il nodo centrale.
L'incontro con Astor Piazzolla negli anni Ottanta non è stato per Galliano un semplice episodio biografico, ma un punto di svolta estetico. Da lì nasce la necessità di "ritornare" — non in senso nostalgico, ma progettuale — alle radici della tradizione francese, generando quel linguaggio che troverà una prima piena affermazione nel manifesto New Musette (1991). Un'operazione tutt'altro che conservativa: si tratta, piuttosto, di una rifondazione.
Il concerto di Molfetta ha reso evidente tutto questo. Non tanto nella scelta dei brani — pur significativa, tra composizioni originali come Tango pour Claude e omaggi che spaziano da Claude Debussy a Erik Satie, da Frédéric Chopin a Enrique Granados — quanto nella qualità del suono.
È qui che si misura la distanza.
Galliano non "suona" la fisarmonica: la abita. Ogni frase è costruita con un controllo assoluto di respiro, peso e direzione. Il suono non è mai un risultato casuale, ma una conseguenza necessaria. In termini tecnici, si percepisce una gestione del mantice che va oltre la funzione meccanica, diventando vero e proprio dispositivo espressivo, equivalente — per intensità e controllo — al tocco pianistico o all'arco negli strumenti ad arco.
Il risultato è una continuità sonora che annulla la percezione dello strumento come oggetto. Resta solo il discorso musicale.
Ed è proprio questo il punto più interessante, anche per chi osserva da una prospettiva compositiva e didattica: Galliano dimostra che la questione non è lo strumento, ma il livello di coscienza con cui lo si utilizza. La tecnica, pur altissima, non è mai esibita; è completamente subordinata all'intenzione.
In un tempo storico in cui molta esecuzione musicale tende a rifugiarsi nel virtuosismo o nella superficie del suono, l'esperienza di Molfetta si impone come un richiamo netto: la musica non è ciò che si mostra, ma ciò che si costruisce.
E costruire richiede visione.
Non è un caso che Galliano abbia collaborato con figure centrali della musica del Novecento e contemporanea — da Chet Baker a Charlie Haden, da Ron Carter a Michel Portal — contribuendo a ridefinire il ruolo della fisarmonica anche in ambito jazzistico. Incontri che non rappresentano semplici collaborazioni, ma tappe di un percorso coerente verso l'ampliamento delle possibilità espressive dello strumento.
Resta, infine, una considerazione che va oltre il concerto.
Galliano ama definire la fisarmonica "uno Steinway con le cinghie". Una provocazione solo apparente, che in realtà racchiude un'idea precisa: la dignità di uno strumento non è data dal suo status storico o sociale, ma dalla qualità del pensiero che lo attraversa.
Sabato sera, nella cattedrale di Molfetta, questo pensiero era perfettamente udibile.
E, per chi ha ascoltato davvero, difficilmente dimenticabile.
