"Bovio fra Trani e Napoli: parola, memoria e costruzione del senso"
di Claudia Fasciano
Esistono eventi che si limitano a presentare contenuti, e altri che, più profondamente, interrogano il rapporto tra linguaggio, memoria e identità.
"Bovio fra Trani e Napoli – storia, poesia e musica", andato in scena al Teatro Mimesis, appartiene senza esitazione a questa seconda categoria.
Al centro non vi è stato semplicemente un omaggio, ma un dispositivo culturale consapevole, costruito attorno alla figura di Giovanni Bovio e alla tradizione poetico-musicale legata a Libero Bovio. Due traiettorie che, pur muovendosi su piani differenti – quello del pensiero filosofico e quello della parola destinata al canto – condividono una medesima tensione: trasformare l'esperienza umana in forma.
L'introduzione dell'Avv. Alessandro Moscatelli ha svolto una funzione essenziale: restituire la densità del pensiero boviano, sottraendolo a una dimensione meramente celebrativa e riportandolo all'interno di un orizzonte critico. Non si è trattato di un prologo, ma di un primo atto di chiarificazione.
Su questa base si è innestata la scrittura poetica originale di Maria Giuseppina Pagnotta. Testi come "Sotto l'azzurro cielo", "Donne da non amare", "Forte e fragile" hanno mostrato una costruzione interna fondata su immagini stratificate, su un uso della parola capace di muoversi tra tensione lirica e consapevolezza semantica. La parola, qui, non descrive: genera.
In questo spazio si è collocato il mio intervento come compositore e maestro concertatore, attraverso la realizzazione di commenti musicali originali concepiti non come accompagnamento, ma come prosecuzione del discorso. La musica ha agito come forma di pensiero parallela, capace di assorbire la tensione del testo e restituirla in un'altra dimensione percettiva. Non una subordinazione, dunque, ma una relazione.
Il passaggio alla tradizione napoletana – Silenzio cantatore, Reginella, Passione, Tu ca nun chiagne, 'O paese d' 'o sole – non ha rappresentato una cesura, bensì una continuità: la dimostrazione che la cosiddetta "tradizione" non è un residuo, ma un campo vivo, che richiede solo di essere attraversato con competenza e consapevolezza.
In questo senso, il lavoro dei Solisti dell'Arcadia – Francesca Copertino (canto), Nunzio Monteriso (mandolino), Stefania Lomolino (violino), insieme al mio contributo al pianoforte – ha mostrato una qualità non soltanto esecutiva, ma progettuale: ogni intervento si è inserito in una struttura unitaria, evitando frammentazioni e ridondanze.
Il momento conclusivo, affidato al testo "Salve o Trani" di Giovanni Bovio, ha riportato il discorso al suo punto originario: la città. Non come spazio geografico, ma come luogo simbolico in cui memoria e responsabilità si incontrano.
Ed è proprio qui che l'evento assume il suo significato più rilevante.
Se la cultura resta confinata alla rappresentazione, essa si esaurisce.
Se invece riesce a interrogare il presente, allora diventa azione.
La casa natale di Giovanni Bovio, ancora oggi priva di una piena valorizzazione, non è soltanto un luogo fisico, ma una domanda aperta.
Una città che non riconosce i propri riferimenti culturali rischia di smarrire la propria direzione.
"Bovio fra Trani e Napoli" ha indicato una possibilità: quella di una cultura che non si limita a conservare, ma che costruisce.
E costruire, oggi, è un atto radicale
