"Quando la forma si incrina e si ricompone: Vengerov e Osetinskaya al Teatro Petruzzelli"
di Roberto Fasciano
Al Teatro Petruzzelli di Bari, il recital del duo formato da Maxim Vengerov e Polina Osetinskaya si è imposto come un'esperienza musicale di rara densità espressiva, capace di attraversare tre universi stilistici – Franz Schubert, Johannes Brahms e Dmitri Shostakovich – attraverso una costruzione del programma tutt'altro che convenzionale.
L'ordine scelto – Schubert, Shostakovich, Brahms – non ha seguito una logica cronologica, ma ha delineato un percorso a ritroso nella tenuta della forma, trasformando l'ascolto in un'esperienza strutturale oltre che estetica.
Schubert: equilibrio instabile tra canto e costruzione
La Sonatina in sol minore D. 408 (op. post. 136 n. 3) è stata restituita con una lettura che rifugge ogni banalizzazione salottiera.
Vengerov modella il fraseggio con naturalezza cantabile, ma senza mai cedere alla superficialità: ogni linea è sostenuta da una consapevolezza formale che ne rivela la funzione interna. Osetinskaya costruisce un pianoforte limpido, mai accessorio, capace di rendere percepibile la trama strutturale sottesa alla scrittura. Ne emerge una visione in cui la trasparenza schubertiana si configura come equilibrio instabile, già attraversato da una tensione tra linearità melodica e necessità costruttiva.
Shostakovich: la crisi della continuità
La Sonata in sol maggiore op. 134 segna una frattura netta. Qui il linguaggio si disgrega: la continuità viene meno, il suono si espone nella sua fragilità, la forma sembra continuamente sul punto di dissolversi. Vengerov affronta questa scrittura con un controllo estremo dell'arco, scavando nel suono fino a renderlo talvolta tagliente, talvolta rarefatto. Osetinskaya mantiene saldo il disegno, evitando che la frammentazione degeneri in dispersione, e restituendo alla pagina una lucidità strutturale che impedisce ogni deriva espressionistica. La musica si presenta come luogo di crisi, ma anche come spazio in cui tale crisi viene osservata con lucidità implacabile.
Brahms: la ricostruzione della forma
Collocare la Sonata n. 3 in re minore op. 108 in chiusura significa operare una scelta interpretativa precisa. Dopo la frattura shostakovichiana, Brahms non appare come naturale prosecuzione storica, ma come atto di ricostruzione. La forma qui si riafferma con forza: ogni elemento è necessario, ogni gesto è inscritto in una logica strutturale rigorosa. Vengerov articola il discorso violinistico con una densità timbrica sempre controllata, evitando ogni compiacimento virtuosistico. Il suono non è mai fine a se stesso: è funzione. Osetinskaya sostiene e struttura il discorso con un pianismo di grande chiarezza, restituendo alla complessa tessitura brahmsiana un equilibrio interno esemplare. Ne risulta una lettura in cui la dialettica tra violino e pianoforte non è conflitto, ma principio generativo della forma.
Il senso del percorso
La scelta di collocare Brahms dopo Shostakovich modifica radicalmente la percezione dell'intero programma:
non più evoluzione lineare, ma attraversamento della crisi e ritorno alla necessità della forma. In questo senso, il concerto si è configurato come un itinerario che dalla tensione latente di Schubert conduce alla frattura novecentesca, per approdare infine a una ricostruzione consapevole del linguaggio.
Oltre la tecnica: il concerto come atto culturale
I numerosi bis concessi dal duo, accolti da un pubblico partecipe e concentrato, non sono stati un semplice epilogo, ma il naturale prolungamento di un'esperienza condivisa. In un contesto in cui l'ascolto tende spesso a ridursi a consumo, serate come questa restituiscono al concerto la sua funzione originaria: quella di atto culturale vivo, spazio di relazione tra interpreti e pubblico. Il successo della serata al Petruzzelli non risiede soltanto nell'eccellenza esecutiva, ma nella capacità di restituire alla musica la sua dimensione più autentica: linguaggio necessario, capace di interrogare e ricomporre.
