"Il Romanticismo tra rigore e pastiche: Greco e l’Orchestra della Magna Grecia"
di Francesco Amatulli
Il recente tour dell'Orchestra ICO Magna Grecia, che ha fatto tappa nei teatri Orfeo di Taranto, Auditorium Gervasio di Matera e Garibaldi di Bisceglie dal 3 al 5 marzo 2026, ha presentato un programma di notevole complessità strutturale. Sotto la direzione del M° Maurizio Lomartire, il cuore della serata è stato il confronto tra la scrittura caratteristica del Concerto n. 2 in fa minore op. 21 di Chopin e le aperture post-romantiche di Wagner, intervallato da una riflessione metalinguistica firmata dallo stesso Lomartire.
Il pianista Giuseppe Greco, formatosi sotto la guida di maestri del calibro M° Vincenzo De Filpo e perfezionandosi con il M° Sergio Perticaroli, porta con sé quella pulizia formale tipica della grande scuola pianistica italiana. La sua precisione tecnica non è un fine a se stessa, ma serve a garantire la chiarezza della struttura. Durante l'esecuzione con la Magna Grecia, questo si è tradotto in una perfetta integrazione con l'orchestra: Greco non ha cercato di creare conflitto con la massa sonora di Lomartire, ma ha lavorato "dentro" le trame orchestrali, rendendo i dialoghi con i legni (soprattutto nel finale) fluidi e cameristici.
L'interpretazione del concerto di Chopin si è distinta per un approccio analitico, lontano da eccessi sentimentali. Nel Maestoso iniziale, Greco ha gestito le figurazioni brillanti con una pulizia timbrica che ha messo in risalto la chiarezza dell'articolazione piuttosto che il volume sonoro. Anche se la sezione orchestrale ha un ruolo storicamente subordinato nell'op. 21, con Lomartire si è trovato un equilibrio corretto, evitando di coprire le delicate trame del registro medio del pianoforte.
Il Larghetto ha rappresentato il momento di maggiore tensione interpretativa. Qui, il fraseggio di Greco ha cercato una linearità quasi operistica, richiamando il belcanto italiano (in particolare Bellini) che ha influenzato così tanto il compositore polacco. Tuttavia, la tenuta dei tempi è rimasta rigorosa, impedendo al rubato di frammentare eccessivamente la struttura formale del brano. Il finale, Allegro vivace, ha messo in evidenza una buona intesa ritmica tra solista e orchestra, con un'esecuzione dei ritmi di mazurka caratterizzata da una modernità spigolosa e una precisione dinamica.
Greco non si affida al pedale per nascondere le imperfezioni; al contrario, lo utilizza con grande parsimonia nei passaggi agili del primo movimento. Il risultato è una chiarezza cristallina delle note, dove ogni semicroma conserva la sua individualità timbrica anche a velocità elevate.
È notevole la differenziazione tra la mano sinistra (che funge da motore ritmico-armonico) e la destra (che porta la melodia). Greco evita di "schiacciare" l'armonia, permettendo al canto di emergere per contrasto dinamico piuttosto che per semplice volume.
L'elemento che ha catturato l'attenzione della serata è stato l'esecuzione di "Un pasticcio all'Italiana", una composizione originale scritta dallo stesso Lomartire. Quest'opera si basa su un frammento della Sinfonia n. 4 "L'Italiana" di Felix Mendelssohn ma lo fa riscoprendo il concetto storico di "pasticcio".
Nel XVIII secolo, il pasticcio non era visto come una mancanza di coerenza, ma piuttosto come una forma legittima di opera o musica strumentale composta da arie o movimenti di vari autori adattati per soddisfare i gusti del pubblico o le abilità di un interprete. Era un esercizio di grande artigianato che privilegiava l'efficacia drammaturgica rispetto alla paternità unica.
Tecnicamente, il pasticcio (o centone) era una pratica comune nel XVIII secolo, in cui arie di diversi autori venivano assemblate in un'unica opera.
Lomartire non si limita a citare ma decostruisce timbricamente il materiale mendelssohniano. La scrittura orchestrale è risultata densa, capace di isolare cellule ritmiche dalla sinfonia originale e proiettarle in un contesto armonico più acido e contemporaneo pur mantenendo un legame con la solarità del modello.
La direzione ha gestito con rigore il passaggio tra la trasparenza dello stile classico-romantico e le stratificazioni più complesse della propria partitura.
Proprio come in una degustazione, dove si scelgono gli ingredienti migliori per creare un perfetto equilibrio di sapori, nel pasticcio musicale si selezionano le "arie di baule" (i cavalli di battaglia dei cantanti/orchestra) più efficaci. L'obiettivo è quello di offrire il meglio della produzione disponibile in un unico "piatto" compositivo.
L'orchestra ha risposto con grande prontezza alle variazioni timbriche richieste, mettendo in evidenza una scrittura che si sviluppa attraverso accumuli e citazioni. La sfida di queste operazioni è spesso il rischio di una dispersione organica; tuttavia, Lomartire riesce a mantenere un controllo formale grazie a una direzione che sottolinea i contrasti dinamici e la varietà dei colori orchestrali, trasformando il "pasticcio" in un esercizio di stile brillante e non solo ludico.
La chiusura, affidata al Preludio e Morte di Isotta di Richard Wagner, ha spostato l'attenzione verso una densità sonora che contrasta con la trasparenza tipica di Chopin. La direzione di Lomartire ha messo in risalto la continuità del flusso sonoro, cercando di gestire la complessa rete di Leitmotiv con un occhio di riguardo per i legni e gli ottoni.
La produzione si colloca nel panorama musicale attuale come un'operazione di alto livello professionale, capace di mescolare un repertorio di grande richiamo con sperimentazioni contemporanee all'interno dell'organico stesso. L'assenza di retorica celebrativa nella direzione di Lomartire ha permesso di apprezzare i brani per la loro reale architettura sonora. È una prova di maturità per la ICO Magna Grecia, che dimostra la solidità di una visione artistica pronta a confrontarsi con i giganti del repertorio.
