L'architettura del "Sogno": Gualazzi e la Magna Grecia tra rigore orchestrale e istinto swing

21.02.2026
di Francesco Amatulli

Le recenti tappe pugliesi di Raphael Gualazzi il 13 febbraio a Fasano e il 14 a Bisceglie hanno rappresentato un'interessante opportunità per esplorare il panorama attuale di uno dei pochi artisti italiani in grado di fondere in modo autentico il linguaggio del jazz classico con la forma-canzone pop. In un contesto spesso diviso tra il purismo d'avanguardia e un mainstream piuttosto debole, Gualazzi continua a navigare in un territorio ibrido che merita un'analisi più profonda rispetto alla semplice superficie del fenomeno mediatico.

Dal punto di vista prettamente performativo, i concerti hanno messo in luce una solida maturità tecnica, frutto di una profonda conoscenza del stride piano e del ragtime dei primi del Novecento. Gualazzi non si limita a fare riferimento al canone (da Scott Joplin a Fats Waller) ma lo assimila all'interno di strutture armoniche più moderne.

È nell'uso del piano solo che si rivela il talento dell'interprete. Gualazzi gestisce il registro dinamico con notevoli variazioni passando da un pianissimo quasi impressionista a progressioni martellanti tipiche del boogie-woogie senza mai sacrificare la precisione dell'attacco. Il suo timbro vocale, volutamente grezzo e influenzato dal fraseggio di Tom Waits e Dr. John, funge da contrappunto ritmico piuttosto che melodico.

Nei momenti di ensemble, il dialogo con la sezione ritmica ha mostrato una fluidità sorprendente. Le strutture dei brani, pur mantenendo la forma della canzone AABA, vengono spesso ampliate per lasciare spazio a digressioni solistiche in cui l'artista predilige un cromatismo moderato, rimanendo sempre ancorato a una tonalità rassicurante ma tecnicamente ricca.

Il vero punto di forza di Gualazzi è la sua onestà intellettuale. Non c'è traccia di quel "jazz-pop" edulcorato e alla moda; la sua è una ricerca filologica che riesce a trasformarsi in un intrattenimento di alto livello. La sua abilità nel trasporre la complessità del ragtime in un contesto di teatro-canzone è un'operazione culturale significativa poiché educa l'orecchio del pubblico meno abituato a tempi dispari e sincopi strette.

Le date di Fasano e Bisceglie mettono in luce in modo chiaro quanto Raphael Gualazzi abbia un posto davvero speciale nella musica italiana. Anche se a volte la sua proposta può sembrare bloccata in una "bolla temporale" un anacronismo voluto che si rifà più alla New Orleans degli anni '20 piuttosto che alle sperimentazioni elettroniche del 2026, è proprio questa sua resistenza alle mode del momento che garantisce la sua longevità.

Gualazzi non è un innovatore nel senso più stretto del termine in quanto non sta ridefinendo i confini del jazz, ma è un ottimo divulgatore. La sua funzione nel panorama musicale attuale è quella di un ponte: un collegamento tra la rigorosità accademica e l'energia del palcoscenico. In un'epoca in cui la musica è spesso creata "in the box", la sua presenza fisica al pianoforte è una testimonianza importante di artigianalità sonora.

Il segreto del successo di questo progetto risiede nel perfetto equilibrio tra la sezione ritmica e l'orchestra. Sul palco, oltre alla poliedrica presenza di Gualazzi (pianoforte e voce), abbiamo visto una formazione consolidata che garantisce un interplay jazzistico di alto livello:

Stefano Nanni: Direttore e arrangiatore, un vero architetto del suono, capace di creare trame orchestrali che non sovrastano mai il solista.

Anders Ulrich: Al contrabbasso, ha offerto un supporto armonico profondo e vibrante.

Gianluca Nanni: Alla batteria, abile nel passare dalle spazzole jazzistiche a dinamiche più pop-blues.

L'Orchestra della Magna Grecia ha dimostrato ancora una volta di essere un'istituzione versatile, adattandosi con naturalezza ai continui cambi di tempo e di registro richiesti dalla scrittura di Gualazzi.